La nuova legge sul diritto alla riparazione vieta i trucchi, ma in Italia lascia intatto il prezzo e ignora i veri incentivi
refurbed: la Direttiva UE sul diritto alla riparazione impedisce ai produttori di bloccare le riparazioni, ma un prezzo “ragionevole” non definito, le scappatoie sulla proprietà intellettuale e la mancanza di bonus tangibili nel decreto italiano rischiano di limitare lo sviluppo di una vera economia circolare.
La direttiva europea sul diritto alla riparazione domani sarà legge anche in Italia e refurbed, la principale piattaforma europea per l’elettronica ricondizionata, afferma che la legge fa davvero del bene, ma si ferma a un passo dal rendere la riparazione effettivamente conveniente per i consumatori.
“La Direttiva merita credito: vieta i trucchi contrattuali, hardware e software che i produttori hanno usato per anni per bloccare le riparazioni”, afferma Kilian Kaminski, co-fondatore di refurbed e membro del consiglio direttivo di EUREFAS, l’Associazione Europea per il Ricondizionamento. “Ma non dice mai quale sia effettivamente un prezzo di riparazione equo e questo è l’unico numero che decide se la riparazione batte la sostituzione”.
La regola principale richiede che i prezzi dei pezzi di ricambio siano “ragionevoli” e non “scoraggino la riparazione”. Non esistendo alcun parametro di riferimento matematico nel testo del decreto italiano, refurbed sostiene che questa formulazione, lasciata alla libera interpretazione, manterrà i prezzi esattamente dove sono oggi.
C’è una seconda lacuna, ed è quella che conta di più per il settore dell’usato e del ricondizionato: la Direttiva vieta ai produttori di usare contratti, hardware o software per impedire la riparazione, per poi esentare immediatamente tutto ciò che è “giustificato da fattori legittimi e oggettivi, inclusi i diritti di proprietà intellettuale”. Nessun test definisce cosa sia “legittimo”. In pratica, questo lascia la porta aperta ai produttori per invocare brevetti o marchi per bloccare esattamente ciò che la legge sostiene di proteggere: pezzi di ricambio compatibili, di seconda mano e stampati in 3D. L’accoppiamento delle parti (parts pairing) e i messaggi del tipo “solo parti originali” possono tranquillamente aggirare il divieto.
Guardando nello specifico al recepimento italiano, il decreto presenta alcune scelte che rischiano di depotenziare ulteriormente la direttiva. Invece di introdurre benefici tangibili per il settore del ricondizionato e per i cittadini (come un bonus riuso o incentivi diretti per la riparazione), l’Italia ha optato per la creazione di un “Osservatorio Nazionale sulla Riparazione”, con funzione di puro monitoraggio. Inoltre, sebbene siano previste multe per i produttori inadempienti, solo il 50% dei proventi sarà reinvestito per promuovere la pratica delle riparazioni
Alla luce di queste mancanze strutturali, refurbed chiede alcuni correttivi:
- Una formula pubblicata e trasparente o un tetto massimo per il prezzo dei pezzi di ricambio (ad esempio, fissare il limite del pezzo di ricambio più costoso al 20% del prezzo del prodotto, in modo che la riparazione resti significativamente più economica della sostituzione).
- Una lista ristretta ed esplicita di giustificazioni, non un’esenzione generale per la proprietà intellettuale, prima che un produttore possa bloccare una riparazione, con l’onere della prova a carico del produttore.
- Regole contro l’accoppiamento delle parti e contro il blocco delle riparazioni scritte esplicitamente nella legge nazionale, non lasciate alla legislazione ambientale indiretta.
Specificatamente per l’Italia
- L’Osservatorio dovrebbe essere accompagnato o sostituito da benefici tangibili per il settore della rigenerazione, ad esempio un bonus di riutilizzo quando acquisti un prodotto rigenerato o fai riparare il tuo dispositivo, oppure un incentivo quando rimetti in circolo il tuo vecchio dispositivo vendendolo a un rigeneratore.
- L’intero importo delle multe ai produttori inadempienti (al netto dei costi amministrativi) dovrebbe essere reinvestito nel promuovere pratiche di economia circolare, per dare un chiaro segnale riguardo alla direzione da intraprendere.
Il marketplace è anche chiaro su quale non sia lo scopo della Direttiva sul diritto alla riparazione: attribuirle il merito di rendere i prodotti più riparabili in primo luogo. Questo è il compito del separato Regolamento UE sulla Progettazione Ecocompatibile (Ecodesign). “Un diritto alla riparazione ha importanza solo se il prodotto è effettivamente riparabile”, continua Kaminski.
refurbed si è impegnata su questo dossier a livello UE come membro di EUREFAS e della campagna Right to Repair Europe, anche attraverso la consultazione pubblica, incontri con l’unità responsabile della Commissione, il dialogo con gli eurodeputati che lavorano al dossier e la partecipazione ai forum pubblici.
“Tutti celebreranno questa Direttiva come il momento in cui la riparazione è diventata più facile in Italia e in Europa. Non lo è. “ Conclude Kaminski. “È il momento in cui bloccare la riparazione è diventato un po’ più imbarazzante da fare in pubblico, ma nessuno ha messo un numero su quanto dovrebbe costare. Se un pezzo di ricambio raggiunge ancora l’80% del prezzo di un nuovo dispositivo, il diritto di chiederlo non vale nulla. Non ci serve un altro diritto sulla carta o un ennesimo Osservatorio. Ci serve un prezzo agli atti e un incentivo reale”.
Per ulteriori informazioni: Spencer & Lewis per refurbed.







