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Cancro e maternità: più speranze di avere un figlio per chi ha un tumore. L’82% diventa mamma entro i 40 anni

spermatozoo color verde e logo con nome azienda

Menopausa precoce e infertilità indotta sono alcune delle conseguenze delle terapie oncologiche. Solo il 10% preserva la fertilità, quali le opzioni dopo la guarigione?

C’è una preoccupazione in più per le donne giovani che si ammalano di cancro: perdere la possibilità di diventare genitore. Circa 9 mila persone ogni anno in Italia ricevono una diagnosi di tumore prima dei 40 anni, per loro sottoporsi alle cure può significare affrontare il rischio concreto di una riduzione o della perdita della fertilità (dati Aiom – dell’Associazione italiana di oncologia medica). Eppure oggi un’alternativa c’è.

Il rapporto “fertilità e cancro”

Per le pazienti in età fertile con le tecniche di onco-fertilità le chance di avere figli aumentano notevolmente. Stando al rapporto diffuso da Institut Marquès in occasione della Giornata mondiale contro il cancro, 7 pazienti post oncologiche su 10 riescono a coronare il sogno di maternità in meno di 2 anni, senza il rischio di recidivanti. L’82% restano incinte a un’età media di 40 anni e vengono per la maggior parte da cancro al seno (35%), neoplasie ematologiche come leucemia o linfoma (29%) e cancro ovarico (14%). Solo il 10% aveva vitrificato gli ovociti prima del trattamento del cancro.

Preservare, una scelta poco praticata

Si tende a discutere sempre troppo poco con le pazienti della possibile menopausa precoce o del rischio di infertilità indotta dai trattamenti. E di conseguenza delle tecniche di preservazione della fertilità in generale: “Basterebbe mettere le pazienti cui è richiesta maggiore tempestività in contatto con un centro di fertilità privato e far accedere al servizio pubblico tramite ticket chi può attendere i tempi necessari – spiega la Dottoressa Michela Benigna, ginecologa e membro dell’Unità specializzata in oncologia e riproduzione di Institut Marquès Non sempre questo passaggio viene contemplato, non sempre gli ospedali sono attrezzati per fornire questo servizio”. Si tende poi a pensare che un trattamento di preservazione della fertilità possa rappresentare un’azione accessoria, una perdita di tempo nella lotta alla malattia.In questi casi, esistono soluzioni che rendano possibile il concepimento dopo la cura?

Le strade percorribili dopo la guarigione

Fino a qualche anno fa il desiderio di un figlio riguardava la metà delle giovani pazienti, ma meno di 1 su 10 rimaneva incinta dopo le terapie. In molti casi, a vincere era proprio il timore di recidiva tumorale. Oggi quando la recidivante sembra scongiurata, ci sono diverse opzioni percorribili: “Se la malattia non ha danneggiato l’utero si può sicuramente ricorrere all’ovodonazione. Non è però indicato sottoporre la paziente a liste d’attesa troppo lunghe bensì affidarsi ad equipe specializzate in grado di garantire efficacia e tempestività nel trattamento. La possibilità di diventare madre con ovodonazione dopo la malattia è la stessa di chi non ha avuto un cancro” chiarisce la Dottoressa Michela Benigna. Stesso discorso per i pazienti uomini che possono affrontare, insieme alla compagna, un’eterologa con donazione di seme.

Embrioadozione, una nuova frontiera

Un’altra opzione, ancora poco conosciuta, è l’embrioadozione. Attraverso questa tecnica le pazienti possono adottare gli embrioni che sono rimasti senza una famiglia.Quando si effettua un trattamento di fecondazione in vitro si trasferiscono solo uno o due embrioni, gli altri restano crioconservati. In Italia, la legge prevede che se la coppia non ha bisogno di effettuare altri tentativi gli embrioni restino congelati per sempre. Secondo la legge spagnola i genitori possono, invece, scegliere per il futuro dei propri embrioni: se non hanno la volontà di portare avanti una nuova gravidanza, possono darli in adozione ad altre coppie (ma anche distruggerli o donarli alla ricerca).“Anche in questo caso non ci sono liste di attesa; una volta realizzate le prove necessarie e iniziato il trattamento di preparazione, il trasferimento avviene dalle 2 alle 4 settimane successive. Non bisogna effettuare tramiti ufficiali di adozione. Basta firmare il consenso informato relativo a tale tecnica di procreazione assistita e recarsi in Spagna in una clinica specializzata. Le percentuali di successo, presso Institut Marquès, sono del 57% circa” conclude la Dottoressa Michela Benigna.

 

 

 

L’ETÀ OVARICA NON È QUELLA DELLA CARTA D’IDENTITÀ: UN ESAME DEL SANGUE PER LO STUDIO DELLA FERTILITÀ

L'ETÀ OVARICA NON È QUELLA DELLA CARTA D'IDENTITÀ, UN ESAME DEL SANGUE PER SAPERNE DI PIÙ

Uno studio di Institut Marquès presentato al congresso della Società Spagnola di Ginecologia e Ostetricia (SEGO) consente di valutare con precisione la fertilità delle donne europee

  • Le donne possono conoscere il proprio futuro di madri attraverso l’analisi dell’ormone AMH
  • L’ormone antimulleriano è una “carta di identità della fertilità” in grado di valutare quante chance di concepire restano
  • Conoscere l’età ovarica è importante per contrastare o arginare problemi di fertilità

L’età delle ovaie non sempre corrisponde all’età anagrafica di una donna. Esiste un ormone – una “carta di identità della fertilità” – che consente di valutare quante chance di concepire restano. Analizzarlo garantisce anche la possibilità di arginare eventuali problemi di fertilità. Si tratta dell’ormone antimulleriano, prodotto dalle cellule dei follicoli ovarici, e si ottiene attraverso un semplice esame del sangue.

 

Perché è importante?

L’Italia è ultima per fecondità in Europa. Lo rivela il rapporto Istat “Noi Italia”. La stima per il 2018 del tasso di fecondità totale (1,32 figli per donna) è  sensibilmente inferiore  alla soglia che garantirebbe il ricambio generazionale. Il ritardo nell’età del concepimento richiede una valutazione precisa della riserva ovarica: intorno ai 35 anni rimane il 10% degli ovuli, le ovaie sono invecchiate. Meno riserva ovarica c’è, peggiore sarà la qualità.

Sapere quante chance di concepimento restano aiuta le donne a correre ai ripari e decidere quali misure adottare per tutelare la fertilità. Se la riserva è buona ma non si hanno le condizioni per avere un figlio si possono vitrificare gli ovuli per assicurarsi una futura gravidanza. Se il valore è basso ci si può rivolgere a uno specialista e valutare la migliore strada per il concepimento. In entrambi i casi il tempismo è fondamentale”

spiega la dott.ssa Marisa López-Teijón, Direttrice di Institut Marquès.

 

Perché nessuno me lo ha detto prima?

Molte donne scoprono troppo tardi che età anagrafica ed età riproduttiva non coincidono. Questo perché le mestruazioni sono erroneamente considerate una prova della capacità di avere figli, ma ciò non è vero.

La donna nasce con una quantità prestabilita di ovociti che vengono eliminati progressivamente. In ogni ciclo mestruale si sviluppano 1.000 ovociti, ma solo uno giunge all’ovulazione. Gli altri andranno perduti. Accade spesso che una donna di 38-40 anni con cicli normali abbia già esaurito la gran parte della sua riserva di ovuli.

L’esame dell’ormone antimulleriano si effettua più spesso per supportare la diagnosi di patologie come la sindrome dell’ovaio policistico o la menopausa precoce. In relazione alla fertilità, solo quando si sospettano casi di ipofertilità.

Una donna che vuole diventare madre può richiedere da subito al proprio ginecologo l’AMH. Considerato che il numero dei follicoli primordiali decresce progressivamente durante la vita di una donna e si azzera al momento della menopausa, è fondamentale non indugiare. L’AMH si può misurare con estrema semplicità, in qualsiasi giorno del mese”

spiega la dott.ssa Marisa López-Teijón, Direttrice di Institut Marquès.

 

Tabelle di consultazione alla portata di tutti

Grazie a uno studio condotto da Institut Marquès e dal Laboratorio Echevarnepresentato alla 35a edizione del Congresso nazionale della Società Spagnola di Ginecologia e Ostetricia – è ora possibile valutare con precisione la fertilità delle donne in Europa. L’analisi di un ampio campione, che ha coinvolto 10.443 donne spagnole tra i 20 ei 45 anni, ha evidenziato che esistono differenze nei livelli dell’ormone antimulleriano tra donne appartenenti a comunità autonome.

Finora per la misurazione dell’AMH si faceva riferimento a tabelle di consultazione e valori di altri paesi, lo studio ha permesso a Institut Marquès di stabilire che quei valori non si prestavano alla realtà delle donne europee e di estrapolare dall’analisi sulle donne spagnole nuove tabelle di consultazione per l’Europa. Le nuove tabelle redatte da Institut Marquès sono utili e facili da usare, e possono essere scaricate online.

 

INIZIA IL PRIMO STUDIO NAZIONALE DEL SEME IN ITALIA

Studio Nazionale del Seme

Studio Nazionale del Seme“Le sostanze tossiche hanno rotto le palle “. Questo è il claim che accompagna il primo studio sulla fertilità maschile, lanciato da Institut Marquès in Italia. Il centro internazionale di riproduzione assistita è stato un precursore nel campo, ha dimostrato alla comunità scientifica che attribuire il peggioramento della qualità dello sperma alle classiche cause (stress, pantaloni attillati, alcol, ecc.) è un mito da sfatare. Grazie agli studi realizzati in Spagna, Institut Marquès ha identificato le sostanze chimiche tossiche come principale causa.

Perché uno studio sullo sperma degli italiani?

L’Italia è il paese con un tasso di natalità tra i più bassi al mondo – nel 2017 si sono registrate 7,6 nascite ogni 1.000 abitanti – e con un tasso di fertilità in calo: si parla di 1,34 figli per donna nell’ultimo anno.

Negli ultimi anni è stata registrata una lenta ma progressiva diminuzione della quantità e della qualità dello sperma, in termini di mobilità e morfologia. In 6 coppie su 10 che ricorrono a trattamenti di riproduzione assistita per diventare genitori, i partner maschili presentano alterazioni dello sperma, più o meno gravi.

In Italia non sono stati mai realizzati studi prospettici che valutino la qualità dello sperma della popolazione maschile. Il primo studio dello sperma nazionale in Italia consentirà di determinare la qualità dello sperma degli italiani e di stabilire in che misura fattori come le tossine ambientali influiscano sul deterioramento dello sperma.

Le sostanze tossiche, la causa principale della scarsa qualità dello sperma

Oltre ai fattori genetici e alla storia medica, la fertilità maschile dipende da fattori ambientali spesso sconosciuti alla popolazione. Si tratta di prodotti chimici da composti organici persistenti (chiamati COP) comunemente usati nell’industria, nell’agricoltura e in casa, che possono interferire con lo sviluppo dei testicoli e che, come dimostrato, possono compromettere la capacità riproduttiva. Secondo la dott.ssa Marisa López-Teijón, direttrice di Institut Marquès,

gli uomini sono molto più esposti delle donne all’infertilità proprio a causa dell’azione di sostanze inquinanti“.

Il primo contatto con questi prodotti chimici tossici comincia all’inizio della vita, poiché essi arrivano dal sangue materno, attraverso la placenta, all’embrione. Il tipo di tossine e la quantità dipenderanno dai livelli di sostanze tossiche presenti nell’organismo della madre. I cosiddetti interferenti endocrini sono una lunga lista di composti che nel corpo della donna si comportano come estrogeni, cioè agiscono come ormoni femminili senza esserlo. Durante lo sviluppo del testicolo fetale, intorno al secondo o terzo mese di gravidanza, l’azione del testosterone, l’ormone maschile, è molto importante. Tuttavia, questi falsi estrogeni competono con esso e non gli permettono di svolgere correttamente la sua funzione, si formano meno cellule che producono spermatozoi e nei casi più gravi producono alterazioni cromosomiche (genetiche) in esse.

Queste sostanze sono molto resistenti alla biodegradazione, sono presenti negli alimenti e nell’ambiente, si accumulano nel corpo, specialmente nel grasso, e l’organismo degli esseri umani e degli animali non è in grado di eliminarle.

Il peggioramento della qualità dello sperma dovuto alle sostanze tossiche si sta verificando sia nelle aree industrializzate sia nelle zone rurali a causa del contatto con i pesticidi, pertanto esistono ampie variazioni geografiche. Precedenti studi sulla fertilità maschile effettuati da Institut Marquès in Spagna hanno evidenziato una qualità di sperma peggiore in aree in cui la presenza di questo tipo di sostanza chimica era più elevata.

Analisi dello sperma in forma gratuita e anonima per gli italiani

A partire da oggi, tutti gli uomini italiani maggiori di 18 anni potranno conoscere la qualità del loro seme attraverso un’analisi gratuita e totalmente anonima. L’importanza di un esame del seme non è riconducibile solo alla fertilità. Numerosi studi mettono in relazione la qualità dello sperma con l’insorgere di alcune malattie, la qualità del seme può essere considerata un biomarker di salute maschile generale.

Per iscriversi, basta accedere al portale www.lesostanzetossichehannorottolepalle.it, compilare un questionario e scegliere giorno e ora per la consegna del campione di sperma a Roma presso le strutture di Institut Marquès a Villa Salaria. Dopo aver analizzato il campione, uno specialista fornirà una relazione completa via telefono o via Skype.

Secondo la Direttrice di Institut Marquès, la Dott.ssa Marisa López-Teijón, lo studio

“sarà una buona opportunità per gli italiani di conoscere la qualità del seme in modo semplice, gratuito e anonimo e di ricevere la valutazione di un esperto. Questo genere di informazioni potrà aiutarli ad affrontare, se necessario, eventuali alterazioni seminali mediante una diagnosi precoce

Gli specialisti del settore della riproduzione assistita considerano che, a partire dai 18 anni, tutti i maschi dovrebbero realizzare uno spermiogramma.

Un risultato alterato di questo test diagnostico può mettere in guardia su importanti anomalie. In molti casi, è utile a prevenire, evitare o curare disturbi che causano sterilità che di solito passano inosservati

avverte il Dott. Ferran García, direttore dell’Unità Andrologia dell’Institut Marquès.


Obiettivi dello studio

Il primo studio sulla fertilità maschile in Italia ha un duplice obiettivo:

Determinare il possibile impatto ambientale, in base alle aree geografiche in cui risiedevano le madri durante la gravidanza. I risultati saranno elaborati mediante un database che includerà la provincia di residenza delle madri dei partecipanti durante la gravidanza. Esiste una stretta correlazione tra il luogo di residenza della donna incinta e la qualità seminale del figlio dovuta all’influenza di fattori ambientali.

Sensibilizzare la popolazione maschile sull’importanza della salute riproduttiva come parte del benessere fisico e psicologico, e sensibilizzare la società su possibili misure di prevenzione.


Campagna informativa “Le sostanze tossiche hanno rotto le palle”

Lo studio è accompagnato da una campagna informativa che chiarirà concetti e divulgherà i risultati. Institut Marquès chiede la collaborazione affinché questa campagna raggiunga tutti gli italiani.


Riguardo
Institut Marquès

Institut Marquès è un centro internazionale di riferimento in Ginecologia, Ostetricia e riproduzione assistita con sede a Barcellona e presenza in Italia (Roma e Milano). Con una vasta esperienza in casistiche di particolare difficoltà, aiuta persone provenienti da più di 50 paesi a realizzare il sogno di genitori. Institut Marquès offre le più alte percentuali di successo.

Leader nell’innovazione, sviluppa un’importante linea di ricerca sui benefici della musica nelle prime fasi della vita e sulla stimolazione fetale. Riguardo all’ ambiente, Institut Marquès dal 2002 porta avanti studi che collegano le sostanze tossiche ambientali alla sterilità, e con i risultati dei trattamenti di riproduzione assistita.

Dopo aver dimostrato l’impatto che l’inquinamento ha sulla salute e la fertilità, Institut Marquès ha deciso di agire contro questa preoccupante tendenza. Inoltre Institut Marquès appoggia il manifesto dei Citizens for Science in Pesticide Regulation, piattaforma pubblica che lavora per modificare le norme sull’uso di pesticidi nell’Unione Europea e chiede una regolazione indipendente e senza interessi.

Ha messo in marcia la Foresta degli embrioni, un progetto di Responsabilità Corporativa, in collaborazione con l’associazione ambientalista L’escurçó, a Tarragona. Con il tuo aiuto, pianta un albero per ogni bambino che aiuta a venire al mondo.

 

Maggiori informazioni

www.lesostanzetossichehannorottolepalle.it

https://institutomarques.com/it/studio-sulla-qualita-del-seme/

http://www.il-blog-della-fertilita.com/sterilita-e-tossici-ambientali-interferenti-endocrini/

http://www.il-blog-della-fertilita.com/perche-si-sta-riducendo-la-fertilita-maschile/

https://institutomarques.com/it/procreazione-assistita/infertilita-maschile/termini-frequenti-in-uno-spermiogramma/

Il viaggio degli embrioni per incontrare i loro futuri genitori

Il viaggio degli embrioni per incontrare i loro futuri genitori 1

Il viaggio degli embrioni per incontrare i loro futuri genitori

Negli ultimi due anni numerosi embrioni hanno viaggiato dalla Spagna all’Italia per incontrare i loro futuri genitori. Si chiama Remote OvumDonation (DOD) la tecnica pioneristica che innova i trattamenti di riproduzione assistita “transfrontalieri“: non sono più i genitori a recarsi all’estero per l’impianto ma gli embrioni che li raggiungono nel Paese d’origine. Institut Marquès, centro internazionale di riferimento in ginecologia e procreazione assistita, presenta i risultati della sperimentazione al 34° congresso internazionale della ESHRE (Società europea di riproduzione umana ed embriologia).

Di 215 cicli di fecondazione in vitro, effettuati in Italia negli ultimi 2 anni in collaborazione con una clinica torinese, la percentuale di gravidanza è stata del 64,6%, la percentuale di natalità del 52%, la percentuale di aborto solo del 12,6% mentre quella delle gravidanze multiple scende allo 0,9%.

Come funziona?

Il protocollo dell’ovodonazione a distanza è il seguente: nel paese di origine dei pazienti, il campione di sperma del coniuge viene congelato e inviato al laboratorio di Barcellona dove la fecondazione in vitro viene eseguita con gli ovuli freschi della donatrice. Una volta fecondati, gli embrioni vengono vitrificati il quinto giorno di sviluppo (Blastocisti) e mandati all’origine, in modo che il trasferimento dell’embrione venga effettuato dal medico del paziente nel suo paese.

I risultati sono migliori rispetto all’utilizzo di ovociti vetrificati di un banco di ovuli: “Sono risultati eccellenti, frutto di molti anni di esperienza e dell’uso delle più recenti tecnologie che ci permettono di vitrificare in sicurezza gli embrioni e inviarli nel paese di origine del paziente – spiega la Direttrice di Institut Marquès, Dottoressa Marisa López-TeijónPer alcuni, viaggiare per realizzare il sogno di essere genitori può essere sconveniente o problematico. Con questa tecnica siamo riusciti a progettare una soluzione: è l’embrione che viaggia“.

Institut Marquès è stato uno dei primi centri a sperimentare la fecondazione in vitro con ovociti di donatrici a distanza. Grazie a questo programma, gli embrioni viaggiano in quei paesi dell’Unione Europea dove la legislazione lo consente, come l’Irlanda o l’Italia.

Oltre ai vantaggi per il paziente, questo programma consente al medico di mantenere il controllo sull’intero processo di riproduzione assistita dal proprio paese. È il medico stesso che è responsabile dell’invio di tutti i test all’Institut Marquès e della preparazione del paziente per il trasferimento dell’embrione. Il trattamento può essere completato in sole 6 settimane.

La fecondazione in vitro con ovociti di donatrice è la tecnica di riproduzione assistita con maggiori probabilità di successo per le pazienti i cui ovuli non hanno una qualità sufficiente per ottenere una gravidanza con una buona evoluzione. Gli embrioni ottenuti con questo trattamento hanno un grande potenziale d’impianto, poiché provengono dagli ovociti di una giovane donna senza problemi di sterilità, e l’utero della paziente è preparato in modo ottimale per riceverli.

La regolamentazione sull’ovodonazione

Attualmente, i trattamenti di riproduzione assistita con donazione di ovuli non sono possibili nella maggior parte dei paesi europei, a causa della mancanza di donatori o di problemi legali. In Spagna la donazione di ovuli è consentita e regolamentata, difatti si tratta di uno dei paesi con il maggior numero di donazioni. Tra i trattamenti effettuati in tutta Europa, oltre il 45% viene effettuato in Spagna. Aumenta, infatti, il numero delle donne che, non potendo realizzare un trattamento con i propri ovociti, decidono di viaggiare all’estero. In questi casi si parla di trattamenti di riproduzione assistita “transfrontalieri”.

 

La musica che piace al bebè? Né pop né rock, è classica!

La musica che piace al bebè? Né pop né rock, è classica! 1

La musica che piace al bebè? Né pop né rock, è classica!

Né pop né rock. I feti, come i neonati, amano la musica classica. In particolare Mozart. Stando allo studio presentato da Institut Marquès al quinto congresso dell’International Association for Music and Medicine la musica classica provoca un numero maggiore di reazioni nel feto rispetto ad altri generi musicali, con movimenti della bocca simili al canto.

L’84% dei feti dimostra,infatti, di amare il genere classico più della musica tradizionale (79%) e del pop-rock (59%). Preferenze confermate anche dagli enfant terrible che hanno tirato fuori la lingua durante l’ascolto: la musica classica ha ottenuto una percentuale maggiore di protrusione (35%) di quella tradizionale (20%) e del pop-rock (15%).

Lo studio e l’importanza della musica per stimolare il feto

Per intercettare i gusti musicali dei nascituri, i ricercatori di Institut Marquès hanno analizzato le espressioni facciali di 300 feti tra la 18esima e 38esima settimana di gestazione, in risposta all’emissione intravaginale di 15 canzoni appartenenti a tre diversi generi: classica, tradizionale e pop-rock.

Sebbene il pop-rock sia lo stile che provoca meno reazioni nei feti, Bohemian Rhapsody  dei Queen rappresenta un’eccezione. Pur essendo ancora sconosciuti i motivi che guidano queste preferenze, a conquistare i neonati potrebbero essere dunque i suoni semplici e ripetitivi: “Istintivamente continuiamo a parlare ai bambini con toni alti e melodicamente, perché sappiamo che è così che ci capiscono meglio, è così che si rendono conto che vogliamo comunicare con loro. Che si tratti dunque di una serenata di Mozart o del suono ancestrale del tamburo africano, il potere comunicativo delle melodie è innegabile. La più antica forma di comunicazione prima che verbale era musicale. Suoni, gestualità e danze precedono tutt’oggi le parole” spiega la Dottoressa Marisa López-Teijón, Direttrice di Institut Marquès.

Lo studio, inoltre, dimostra l’importanza della stimolazione neurologica precoce, che può attivare percorsi cerebrali legati alla parola e alla comunicazione. È molto raro che questi movimenti si verifichino spontaneamente durante il secondo e il terzo trimestre di gravidanza (solo il 3-5% lo fa senza alcuno stimolo).

Musica dall’inizio della vita

L’Institut Marquès da anni conduce ricerche all’avanguardia sugli effetti della musica all’inizio della vita. Lo studio sulle reazioni dei feti ai diversi stimoli acustici è stato effettuato con l’aiuto di un sound player pioniere.

Si tratta di Babypod®, dispositivo capace di trasmettere musica e suono della voce all’interno della vagina. È posizionato come se fosse un tampone ed è collegato al cellulare, risultando totalmente sicuro per la madre e per il bambino. Emette onde sonore fino ad un massimo di 54 decibel, che è il livello di una normale conversazione. Oltre a rendere possibile la comunicazione con il feto, questo dispositivo ha applicazioni mediche molto importanti: consente di scartare la sordità fetale e facilita le ecografie poiché, provocando una risposta nel bambino, migliora la visione delle strutture fetali durante il suo svolgimento.

Approvato dalla FDA, fornisce ai genitori un primo contatto con il loro bambino in quanto non solo consente loro di riprodurre musica per la stimolazione fetale ma, attraverso la app gratuita, consente di registrare i loro messaggi in modo che il bambino possa sentire la voce dei loro genitori, anche prima della nascita

Corrs in concerto per gli embrioni. L’esperto: “Musica favorisce lo sviluppo del 5%

Corrs in concerto per gli embrioni. L’esperto: “Musica favorisce lo sviluppo del 5% 1

Corrs in concerto per gli embrioni. L’esperto: “Musica favorisce lo sviluppo del 5%

Le vibrazioni musicali aumentano il tasso di successo della fecondazione in vitro del 5% e migliorano lo sviluppo embrionale. Ne sono convinti all’Institut Marquès, dove tutti gli incubatori in cui gli embrioni si sviluppano hanno un sistema di musica incorporato.

Di recente, gli embrioni che abitano gli incubatori della clinica hanno assistito a un vero e proprio concerto live: Sharon Corr, membro del popolare quartetto irlandese The Corrs, si è esibita per loro, non solo nel centro di Barcellona, ma, grazie allo streaming, anche nella sede di Roma (Villa Salaria) e Clane (Irlanda). Insieme all’artista Alex Ubago ha interpretato canzoni come “Amarrado a ti” (“Ormeggiata te”) e “Buenos Aires”.

È stata un’esperienza molto eccitante. È bello pensare che possiamo essere parte del futuro. L’intero processo è meraviglioso e sono davvero sorpresa di come funziona. In fondo non c’è da meravigliarsi che la musica aiuti gli embrioni a svilupparsi, perché la musica è la migliore terapia al mondo. Mi sento onorata di essere stata coinvolta in questo concerto “, ha dichiarato Sharon Corr.

Gli studi di Institut Marquès riguardanti gli effetti della musica sullo sviluppo embrionale e fetale dimostrano che le vibrazioni musicali muovono il terreno di coltura in cui si trova l’embrione, producendo una più equa distribuzione dei nutrienti necessari, e disperdendo le tossine. Il sistema permette, inoltre, di mimare i movimenti che si verificano quando l’embrione viaggia attraverso le tube di Faloppio verso l’utero.

La Dottoressa Marisa López-Teijón, Direttrice dell’Institut Marquès, spiega: “Con questo sistema facciamo passi avanti verso il nostro obiettivo: riprodurre in laboratorio le condizioni naturali degli embrioni nel grembo materno. La nostra filosofia si basa su tecnologie all’avanguardia e sull’amore con cui serviamo i nostri piccoli pazienti. Vogliamo migliorare ogni giorno, prendendoci cura di loro come farebbero le nostre stesse pazienti”.

Questo concerto per gli embrioni continua una tradizione che ha visto protagonisti altri musicisti, come il famoso cantante spagnolo Antonio Orozco. In un futuro prossimo Institut Marquès progetta di offrire altre performance live nei laboratori.

 

Mamma dopo il cancro: in meno di 2 anni e senza rischi per 7 donne su 10

Mamma dopo il cancro: in meno di 2 anni e senza rischi per 7 donne su 10

Mamma dopo il cancro: in meno di 2 anni e senza rischi per 7 donne su 10 1Diventare mamma dopo il cancro è possibile. La buona notizia è che la percentuale di successo per le pazienti oncologiche è salita: 7 su 10 riescono a coronare il sogno di maternità in meno di 2 anni, senza il rischio di recidivanti.

Il quadro presentato da Institut Marquès in occasione del Congresso Nazionale della Società Italiana di fertilità e sterilità e medicina della riproduzione (SIFES) è incoraggiante: lo studio dell’Unità specializzata in oncologia e riproduzione della clinica ha dimostrato che, dopo i trattamenti oncologici, 9 pazienti su 10 sono state ritenute idonee a intraprendere un processo riproduttivo.

Molte di queste donne possono avere un bambino se hanno già completato con successo il trattamento di chemio, radioterapia o interventi chirurgici – spiega la Dottoressa Michela Benigna, ginecologa e membro dell’Unità specializzata in oncologia e riproduzione di Institut MarquèsL’imperativo è che il loro caso venga esaminato da un team multidisciplinare. Solo allora possiamo dire che essere una madre dopo il cancro è sicuro“.

L’82% delle pazienti oncologiche rimaste incinte ha un’età media di 40 anni e per la maggior parte viene da cancro al seno (35%), neoplasie ematologiche come leucemia o linfoma (29%) e cancro ovarico (14%). I trattamenti alle quali si sono sottoposte: fecondazione in vitro (3,9%), donazione di embrioni (11,7%) e donazione di ovociti (84%). Solo il 10% ha vitrificato gli ovociti prima del trattamento del cancro.

Questo è quanto osservato sul campione dagli esperti di Institut Marquès, che da due anni continuano il monitoraggio delle pazienti oncologiche durante la gravidanza. Le pazienti, in buona salute, non hanno presentato una recidiva della malattia.

Fino a qualche anno fa il desiderio di un figlio riguardava la metà delle giovani pazienti, ma meno di 1 su 10 rimaneva incinta dopo le terapie. In molti casi, a vincere era proprio il timore di recidiva tumorale.

Preservare la fertilità nelle pazienti oncologiche è diventata una priorità dal momento che è aumentata l’incidenza del cancro nelle donne in età riproduttiva. Ad ogni modo, anche le percentuali di sopravvivenza sono in crescita, con un tasso dell’85% per i pazienti sotto i 50 anni.

L’Unità specializzata in oncologia e riproduzione di Institut Marquès nasce con l’obiettivo di orientare le pazienti oncologiche ed informarle sulla possibilità di maternità dopo aver superato un cancro. Il team che la compone si caratterizza per la multidisciplinarietà, ed è formato da esperti di diverse specializzazioni che studiano a fondo ogni singolo caso, per giudicare l’appropriatezza.

Nel corso dello studio, infatti, il 10% delle pazienti sono state valutate non idonee ad iniziare un processo riproduttivo per varie motivazioni: trattamento oncologico non concluso, età elevata (oltre 50 anni) o problemi di obesità patologica.

Parlare al bimbo nel pancione? Sfatato il mito

Parlare al bimbo nel pancione? Sfatato il mito 2

Parlare al bimbo nel pancione? Sfatato il mitoCantargli una ninna nanna, fargli sentire la voce della mamma e del papà, raccontargli una fiaba: parlare al piccolo quando è ancora nell’utero materno è un falso mito. I feti riescono a malapena a sentire il rumore che proviene dall’esterno. E’ quanto dimostra lo studio condotto dalla Dott.ssa Marisa Lopez-Teijón e dalla sua equipe sull’udito del feto e sull’effetto della musica all’inizio della vita, presentato presso l’Istituto Karolinska e l’Università di Stoccolma.

L’osservazione, condotta su pazienti tra la 14ª e la 39ª settimana di gestazione, rivela come la comunicazione con il feto sia uno degli aspetti più interessanti della scoperta. Affinché il feto percepisse con la massima intensità il suono, è stato ideato uno specifico dispositivo per trasmettere musica per via intravaginale: il Babypod emette onde sonore fino ad un massimo di 54 decibel, che è il livello di una normale conversazione.

Nel corso dell’intero studio, il team di ricercatori ha osservato attraverso ecografia la reazione del feto nell’ascoltare la musica emessa per via addominale e vaginale. In quest’ultimo caso, l’87% dei feti ha  reagito con movimenti della testa e degli arti, della bocca e della lingua, gesti che cessano quando smettono di sentire la musica.

Inoltre, con la musica trasmessa per via vaginale, circa il 50% dei feti ha reagito con un movimento sorprendente, aprendo moltissimo le mascelle e tirando fuori completamente la lingua. Sistemando, invece, delle cuffie che emettono musica con un volume medio di 98,6 decibel sull’addome della donna in attesa, non sono stati osservati cambiamenti nelle espressioni facciali del feto.

Grazie all’invenzione di un dispositivo vaginale, Babypod, abbiamo dimostrato che i feti possono sentire dalla settimana 16, quando misurano 11 centimetri, solo se il suono proviene direttamente dalla vagina –  ha spiegato la Dott.ssa Marisa Lopez-Teijón – I feti riescono a malapena a sentire il rumore che proviene dall’esterno. Quindi, possiamo dire che il mito di parlare alla pancia delle donne incinte è storia passata”.

Ricercatrice principale dello studio, la Dott.ssa López Teijón nel corso delle presentazioni presso l’università di Stoccolma e Copenaghen ha spiegato che oltre a rendere possibile la comunicazione con il feto, questo dispositivo ha applicazioni mediche molto importanti: consente di scartare la sordità fetale e facilita le ecografie poiché, provocando una risposta nel bambino, migliora la visione delle strutture fetali durante il suo svolgimento.

La musica utilizzata nello studio era di Johann Sebastian Bach, per essere più esatti, la Partita in la minore per flauto solo – BWV 1013.

Secondo la ricerca di Institut Marquès con questo sistema ora è possibile stimolare il feto neurologicamente. La stimolazione sensoriale è importante e può iniziare quanto prima possibile. La musica, infatti, attiva l’apprendimento delle lingue. E, come è stato dimostrato, questo apprendimento può iniziare già nel grembo materno.

Institut Marquès negli ultimi anni ha portato avanti ricerche all’avanguardia sugli effetti della musica all’inizio della vita. I suoi studi sulla musica durante lo sviluppo embrionale e fetale sono valsi numerosi riconoscimenti internazionali per questo centro di ginecologia e riproduzione assistita, con sede a Barcellona (Spagna).

In questo senso, la Dott.ssa Marisa López-Teijón, ha ricevuto presso l’Università di Harvard (USA) il Premio Ig Nobel per la medicina nel campo dell’ostetricia per la scoperta dell’udito fetale. Gli Ig Nobel mirano a far sì che prestigiosi scienziati di tutto il mondo presentino i loro studi al pubblico in modo insolito e divertente. L’organizzazione ha scelto i ricercatori dell’Institut Marquès per presentare lo studio nel corso dell’Ig Nobel Tour che in questi giorni viaggia nelle università europee.

Generando grandi aspettative tra gli amanti della divulgazione scientifica, la Dott.ssa López-Teijón e il Dr. Álex García Faura, Direttore Scientifico di Institut Marquès, nel corso delle presentazioni hanno spiegato che “con la nostra ricerca scientifica abbiamo migliorato la fecondazione in vitro impiegando vibrazioni musicali negli incubatori“. Ecco perché il premio Ig Nobel è anche un riconoscimento del lavoro di ricerca, sviluppo e innovazione dell’Institut Marquès per migliorare il servizio offerto ai pazienti.

A Spencer & Lewis le PR & Media Relations di Institut Marquès

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L’Agenzia curerà le attività di comunicazione di Institut Marquès, la clinica spagnola divenuta punto di riferimento internazionale per la riproduzione assistita.

Roma, 15 novembre 2017 – Oltre 95 anni di storia e quasi 30 anni di esperienza nel campo della ginecologia, dell’ostetricia e della Procreazione Medicalmente Assistita hanno reso Institut Marquès modello di innovazione e di avanguardia per migliaia di coppie che, ad oggi, si rivolgono alla clinica spagnola da circa 50 paesi.

Con polo centrale a Barcèlona e Sabadell, il centro ha sedi in Irlanda, Regno Unito e Kuwait, frutto del risultato di una importante strategia di internazionalizzazione che ha portato, nel 2014, all’apertura di una sede anche in Italia, a Milano.

L’agenzia di PR e comunicazione integrata, associata a PR HUB e guidata da Giorgio Giordani e Massimo Romano, curerà per Institut Marquès le PR & Media Relations con l’obiettivo di veicolare alla stampa italiana l’immagine e i valori della clinica.

“Comunicare Institut Marquès ai media e al pubblico italiano significa, prima di tutto, porre l’accento su una questione che nel nostro Paese è da sempre al centro di controverse interpretazioni dal punto di vista non solo medico e scientifico, ma anche politico e culturale – commenta Massimo Romano, Ceo di Spencer & Lewis – Uno degli obiettivi principali della campagna sarà infatti quello di sensibilizzare e informare l’opinione pubblica sul tema della riproduzione assistita.”

Da quest’anno, inoltre, Institut Marquès è operativo anche a Roma, grazie alla collaborazione con la casa di Cura Villa Salaria. Sarà qui che il team di specialisti del centro offriranno ai pazienti italiani il proprio know-how e le tecniche scaturite da anni di sperimentazione e ricerca scientifica condotta dalla stessa clinica, oltre a mettere a disposizione gli strumenti e le tecnologie all’avanguardia per il trattamento medico.

“Ogni anno migliaia di coppie sono costrette a recarsi all’estero alla ricerca di tecnologie e competenze che in altri Paesi, purtroppo, non sono ancora così sviluppate – aggiunge la dottoressa Federica Moffa, di Institut Marquès – Tra queste coppie, un gran numero di italiani si rivolgono a Institut Marquès. Per questo motivo abbiamo deciso di offrire un servizio anche a Roma, oltre Milano. Sarà possibile anche in Italia affidarsi a un centro specializzato e a un team di professionisti in grado di esaudire il desiderio di avere un bambino.”

Tra i servizi e le tecnologie offerti dalla clinica, oltre all’inseminazione artificiale e la fecondazione in vitro, anche un innovativo programma di adozione degli embrioni, la diagnosi genetica preimpianto, la possibilità di seguire lo sviluppo dell’embrione da smartphone grazie all’app mobile Embryomobile e la disponibilità di un’unità interna di Andrologia per lo studio del fattore maschile.