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La sostenibilità non basta più: per cambiare i consumi deve diventare conveniente

sostenibilità

Essere sostenibili è importante. Ma quando arriva il momento di acquistare, non sempre è sufficiente.

Una parte della comunicazione sulla sostenibilità ha costruito negli anni il proprio racconto attorno alla responsabilità individuale: comprare meno, scegliere prodotti a minore impatto, riparare invece di sostituire, preferire modelli di consumo circolari.

Sono argomenti importanti, ma per un’azienda esiste un problema molto concreto: un valore condiviso non coincide automaticamente con una scelta di acquisto.

È proprio qui che, per Spencer & Lewis, il lavoro sulla sostenibilità smette di essere soltanto comunicazione ESG e diventa consulenza di posizionamento. Prima ancora di costruire un messaggio, la domanda è un’altra: quale elemento del modello sostenibile dell’azienda è abbastanza rilevante da incidere anche sulle decisioni del mercato?

Perché se la sostenibilità rimane separata dalla convenienza, dal prodotto e dagli obiettivi economici dell’impresa, rischia di produrre consenso senza produrre comportamento.

Il limite della sostenibilità raccontata come sacrificio

Chiedere alle persone di modificare un comportamento consolidato esclusivamente in nome di un beneficio collettivo significa introdurre inevitabilmente una frizione.

Il consumatore può condividere l’obiettivo ambientale e, nello stesso momento, scegliere il prodotto meno sostenibile perché costa meno, è più semplice da acquistare o gli sembra più affidabile.

Per un brand, il problema non si risolve quindi aggiungendo un claim ambientale alla comunicazione. Serve capire se esiste un punto in cui ciò che è positivo per l’ambiente produce anche un vantaggio riconoscibile per chi acquista.

È un passaggio che riguarda direttamente il lavoro dell’advisor: leggere dati, prodotto, posizionamento e comportamento del consumatore insieme, prima di decidere quale storia raccontare.

Perché una buona strategia di comunicazione non dovrebbe chiedere al mercato di ignorare il proprio interesse. Dovrebbe individuare il momento in cui interesse individuale e obiettivo ambientale iniziano a coincidere.

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Dal valore al vantaggio: il caso refurbed

È su questo presupposto che abbiamo lavorato con refurbed.

Il modello del ricondizionato contiene già un beneficio ambientale evidente: estendere il ciclo di vita dei dispositivi significa ridurre la necessità di produrne di nuovi e limitare il consumo di risorse. Ma raccontare soltanto questo aspetto avrebbe significato lasciare la convenienza economica sullo sfondo e continuare a chiedere al consumatore di scegliere prima di tutto “perché è più sostenibile”.

Lo studio realizzato dall’Istituto di Ricerca Fraunhofer Austria offriva invece una quantità molto più ampia di informazioni sugli effetti economici e ambientali dei diversi modelli di consumo tecnologico.

Il nostro lavoro è stato individuare, dentro quella complessità scientifica, i dati con il maggiore potenziale di rilevanza per il mercato e trasformarli in un gancio di posizionamento.

Non limitarsi quindi a divulgare uno studio, ma capire quale evidenza potesse realmente modificare la percezione del prodotto.

Da qui emergono due numeri particolarmente potenti: adottando comportamenti circolari, il risparmio per una famiglia può arrivare a circa 2.500 euro nell’arco di sei anni; e, nel caso dell’iPhone 15 analizzato, la versione ricondizionata è risultata mediamente il 46% più conveniente rispetto al nuovo, accanto alla riduzione dell’impatto ambientale.

È qui che il dato scientifico smette di essere soltanto una prova a supporto di un claim ESG e diventa un asset commerciale e reputazionale.

Il messaggio cambia.

Non soltanto: “scegliere ricondizionato riduce l’impatto ambientale”.

Ma: “esiste un modello di consumo che può costare meno e, allo stesso tempo, utilizzare meno risorse”.

La sostenibilità non viene ridimensionata. Al contrario, diventa più forte perché viene collegata a una ragione concreta di scelta.

Avere il diritto di riparare non significa scegliere di farlo

Lo stesso principio diventa ancora più evidente osservando il tema della riparazione.

Il nuovo quadro sul Right to Repair punta a rimuovere alcuni degli ostacoli che rendono più difficile prolungare la vita dei dispositivi. Ma refurbed ha evidenziato un punto decisivo: rendere possibile la riparazione non significa automaticamente renderla conveniente.

Se il prezzo di un ricambio o di un intervento si avvicina troppo a quello di un dispositivo nuovo, il diritto esiste formalmente ma perde gran parte della propria capacità di modificare il comportamento. È per questo che refurbed ha posto l’accento anche sulla necessità di prezzi più trasparenti per i ricambi e di incentivi concreti al riuso e alla riparazione.

Per le aziende, però, questa trasformazione normativa apre una questione ancora più ampia.

Oggi un brand che comunica la propria sostenibilità si muove tra due rischi reputazionali opposti. Da una parte il greenwashing: promettere più di quanto dati, prodotti e processi siano in grado di dimostrare. Dall’altra l’irrilevanza: limitarsi a rispettare nuovi standard e obblighi senza riuscire a trasformarli in qualcosa che abbia significato per il mercato.

È proprio in questo spazio che Spencer & Lewis interviene come advisor.

Leggere la compliance insieme alle sue conseguenze reputazionali e competitive significa capire quali elementi possano diventare una posizione pubblica forte, quali necessitino di ulteriori prove e quali, invece, non debbano essere trasformati in un claim.

Non tutto ciò che un’azienda può dire è necessariamente utile dirlo. E non tutto ciò che è obbligata a fare deve rimanere confinato al linguaggio della compliance.

Quando esiste un beneficio reale e dimostrabile, il lavoro strategico consiste nel renderlo leggibile anche come vantaggio competitivo.

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Dove ESG, business e consumatore si incontrano

È qui che emerge il punto forse più rilevante per chi oggi guida marketing e comunicazione.

Il compito di un advisor strategico non è semplicemente trovare una formula più brillante per raccontare un obiettivo ESG. È costruire la matrice in cui l’obiettivo ambientale del cliente incontra il P&L dell’azienda e la convenienza dell’utente.

Tre dimensioni che troppo spesso vengono gestite separatamente.

Da una parte sostenibilità, obiettivi ambientali e reporting. Dall’altra crescita, margini, posizionamento e competitività. Dall’altra ancora ciò che determina la scelta delle persone: prezzo, qualità, affidabilità, durata, semplicità.

In Spencer & Lewis il lavoro parte dall’incrocio di questi tre livelli.

Nel caso refurbed, il risparmio rende immediatamente comprensibile il beneficio individuale; i dati sull’impatto ambientale dimostrano quello collettivo; la capacità di far convivere entrambi dentro lo stesso racconto costruisce una ragione più forte per scegliere il brand.

Questo significa anche cambiare il modo in cui si guarda al ROI della comunicazione di sostenibilità.

Non basta misurare quante volte un messaggio ESG è stato pubblicato o quanta visibilità ha ottenuto. La domanda più interessante per un CMO è: quell’evidenza ha contribuito a rafforzare una ragione di preferenza per il brand?

Perché è in quel passaggio che la sostenibilità esce dal perimetro del reporting e comincia a lavorare sul business.

Dalla sostenibilità dichiarata alla sostenibilità dimostrata

Per questo, in Spencer & Lewis operiamo a monte del messaggio.

Validiamo la solidità delle evidenze disponibili, le sottoponiamo a uno stress test di rilevanza per capire quali possano davvero interessare il mercato e individuiamo quelle capaci di sostenere un posizionamento distintivo e difendibile.

Non aiutiamo i brand a fare promesse più grandi. Li aiutiamo a capire quale valore possono realmente dimostrare e come trasformarlo in una leva di reputazione e di business.

Significa distinguere un dato semplicemente positivo da un dato capace di diventare notizia. Significa mettere in relazione ricerca, scenario normativo, media, comportamento del consumatore e obiettivi aziendali. E significa decidere, prima della delivery, quale storia abbia davvero senso costruire attraverso PR, media relations, contenuti e gli altri touchpoint della comunicazione.

Il caso refurbed è utile proprio perché mostra questo processo.

Il dato ambientale esisteva già. Il vantaggio economico esisteva già. Il report scientifico esisteva già.

Il valore consulenziale sta nel riconoscere il punto in cui quei tre elementi possono diventare una posizione di mercato.

Ed è probabilmente questa la sfida più importante per la comunicazione della sostenibilità nei prossimi anni: non convincere le persone a scegliere qualcosa nonostante sia più costoso, più complicato o meno conveniente.

Ma aiutare le aziende a costruire, dimostrare e rendere comprensibile il momento in cui interesse del consumatore, obiettivo ambientale e valore economico smettono di essere tre storie diverse.

Perché quando fare la scelta sostenibile significa anche fare la scelta conveniente, la sostenibilità smette di essere una dichiarazione di principio e comincia a diventare un comportamento.

Employer Branding: perché la reputazione aziendale parte dalle persone

Employer branding

di Stefania Funcis

Il rientro dalla pausa estiva coincide tradizionalmente con il cosiddetto “September Surge”, la finestra temporale in cui si concentrano la pianificazione dei budget, la riorganizzazione delle risorse umane e un’accentuata mobilità dei talenti. In questo contesto, l’Employer Branding viene spesso citato come la panacea per affrontare la scarsità di competenze (talent shortage). Tuttavia, per chi governa le decisioni aziendali, è tempo di fare un bagno di realtà: l’Employer Branding non è una cosmesi di facciata e, soprattutto, non vive in un vuoto separato dalle dinamiche economiche di mercato.

Nel panorama lavorativo contemporaneo, la reputazione del datore di lavoro gioca un ruolo innegabile: le analisi di settore evidenziano che il 75% delle persone ricerca attivamente la reputazione dell’azienda prima ancora di inviare il CV e che il 69% rifiuterebbe un’offerta di lavoro in presenza di un brand reputazionale fortemente negativo, persino in situazioni di disoccupazione.

Tuttavia, affermare che la reputazione abbia azzerato l’importanza del fattore economico è una visione parziale e decontestualizzata. In un mercato B2B articolato e competitivo, esistono organizzazioni con ritmi di lavoro notoriamente sfidanti che continuano ad attrarre i migliori profili grazie a pacchetti retributivi superiori alla media e percorsi di carriera accelerati.

Per un’azienda, fingere che la retribuzione sia secondaria è il primo passo verso un posizionamento inefficace. L’Employer Branding non serve a sottostimare o sostituire una retribuzione commisurata: compensation & benefits restano la condizione d’ingresso imprescindible. La vera partita dell’Employer Branding si gioca un secondo dopo, quando le offerte economiche sul piatto sono equivalenti e la scelta di chi si candida si sposta sulla sostenibilità della vita lavorativa, la qualità del tempo, la chiarezza delle aspettative e l’autenticità della leadership.

Dalla cosmesi al ROI: il costo reale di un “Bad Hire”

Trattare la narrazione HR come un mero esercizio di stile crea un danno economico diretto. In un’epoca caratterizzata da un surplus di contenuti sintetici e promozionali, anche la comunicazione delle risorse umane rischia di cadere nella trappola delle promesse irrealistiche. Quando il racconto esterno non corrisponde alla quotidianità operativa, il primo risultato è l’errore di selezione.

Un’assunzione sbagliata (o una bad hire) non è semplicemente un disallineamento culturale, ma un impatto finanziario importante sui bilanci aziendali. Le rilevazioni di mercato stimano che sostituire un profilo disallineato o insoddisfatto arrivi a costare  tra il 30% e il 50% della retribuzione annuale per figure entry-level, lievitando fino a picchi compresi tra il 200% e il 213% per le posizioni executive.

L’Employer Branding pragmatico agisce proprio come uno strumento di gestione del rischio e di selezione all’ingresso: non serve a dipingere contesti idilliaci, ma a definire con trasparenza cosa l’azienda richiede e cosa è realmente in grado di offrire.

Strategie di Employer Branding per la reputazione aziendale e la talent acquisition

Perché la voce delle persone richiede regia?

Sul fronte dell’esposizione esterna, i dati confermano la centralità del fattore umano: i contenuti condivisi dalle persone che vivono l’azienda generano fino a 8 volte più engagement rispetto a quelli pubblicati dai canali ufficiali del brand, e il 92% delle persone dichiara di fidarsi dei consigli dei singoli individui rispetto alla pubblicità aziendale.

Questa enorme efficacia dimostra perché l’advocacy sia un asset cruciale. Tuttavia, ritenere che tale fenomeno possa essere del tutto “spontaneo” o privo di coordinamento è un’illusione. L’advocacy lasciata al caso rischia di produrre messaggi frammentati o rischiosi per la stabilità del brand. Quando l’advocacy genera valore reale, esiste sempre una matrice di Governance e una regia aziendale definita.

Il bilanciamento tra libertà espressiva e tutela reputazionale si costruisce su tre pilastri operativi:

  1. Dalla prescrittività all’empowerment (Social Media Policy 2.0): più che regolamenti o divieti rigidi, occorrono linee guida chiare e condivise che spieghino come la reputazione dell’azienda tuteli anche il valore professionale di chi vi lavora, definendo confini etici e riservatezza senza ingabbiare il tono di voce personale.
  2. Abilitazione e formazione (Employee Advocacy Program): l’advocacy va coltivata fornendo alle persone toolkit e momenti di formazione dedicati al Personal Branding e all’uso professionale dei social network, mettendo le persone nelle condizioni di diventare voci consapevoli e credibili dell’organizzazione.
  3. Ascolto e clima Interno come vera Governance: la difesa più efficace della reputazione esterna non avviene bloccando i post, ma intercettando il malcontento all’interno prima che si trasformi in uno sfogo pubblico. Creare canali d’ascolto interni efficaci e trasparenti riduce drasticamente la necessità di utilizzare i canali privati come cassa di risonanza per le rimostranze.

Strategie di Employer Branding per la reputazione aziendale e la talent acquisition

L’approccio più pragmatico è allineare la cultura e le aspettative

L’Employer Branding efficace non cerca di compiere miracoli né di dipingere un’organizzazione esente da difetti. Il vero obiettivo risiede nel promuovere una realtà composta da persone e team autentici che operano in un contesto dinamico con obiettivi chiari, aspettative trasparenti e responsabilità condivise.

È all’interno di questo quadro che si inserisce l’evoluzione delle strutture aziendali e l’attrazione di profili ad alto potenziale o ruoli dirigenziali. Attrarre talenti di alto livello non significa proporre narrazioni edulcorate, ma dimostrare nei fatti un modello di Governance solido, dove la coerenza tra la promessa strategica e la realtà operativa rappresenta la base per la crescita reciproca.

La chiarezza come unico vero vantaggio competitivo

Promettere contesti idilliaci o declamare valori astratti non genera attrattività duratura; produce solo attrito al primo impatto con la realtà operativa, aumentando il rischio di bad hire. L’Employer Branding agisce come un facilitatore di chiarezza: allinea le aspettative di chi si candida con gli obiettivi dell’impresa, valorizza il pacchetto retributivo complessivo e governa la narrazione attraverso un ascolto interno costante.

In un’epoca saturata da messaggi promozionali e “rumore HR”, il vero vantaggio di un’azienda non è sembrare impeccabile, ma dimostrare di essere autentica, governata con trasparenza e coerente tra ciò che richiede e ciò che offre al mercato.

L’era della Generative Engine Optimization: farsi trovare dall’Intelligenza Artificiale è una questione di Governance e non di parole chiave

Generative Engine Optimization e AI Governance per aziende B2B

di Enrico Nunnari

Nel panorama del marketing digitale stiamo assistendo a un cambiamento epocale con il passaggio definitivo dalla SEO tradizionale alla Generative Engine Optimization (GEO). Non si tratta di un semplice aggiornamento tecnico, ma di uno spartiacque strategico che divide chi subisce la rivoluzione dell’AI e chi, invece, decide di governarla per costruire un vantaggio competitivo reale.

Se fino a ieri l’obiettivo di un’azienda era scalare l’elenco dei classici “10 link blu” di Google, oggi quella modalità di ricerca sta rapidamente perdendo terreno a favore delle risposte sintetiche e contestualizzate generate dai Large Language Models (LLM).

Nei dati di mercato si prevede una riduzione del 25% del volume di ricerca tradizionale entro il 2026. Dall’altra parte, ben il 68% delle ricerche su Google si conclude ormai senza alcun clic verso un sito esterno (le cosiddette ricerche zero-click) e solo l’1% degli utenti fa clic sui link mostrati all’interno delle risposte AI.

Per un CEO o un CMO, questo scenario impone una riflessione urgente. Quando le macchine iniziano a rispondere direttamente agli utenti senza farli atterrare sul vostro sito, cosa racconta la macchina di voi? E soprattutto, chi decide cosa dirà?

Generative Engine Optimization e AI Governance per aziende B2B

Oggi la Generative Engine Optimization richiede autorevolezza e non volumi

Di fronte a questa transizione, l’errore più comune è reagire aumentando ciecamente i volumi di produzione. Ma come abbiamo già analizzato parlando di AI Slop, in un ecosistema in cui produrre contenuti è diventato facilissimo e a costo zero, il rischio non è comunicare poco, ma comunicare senza una direzione.

Le intelligenze artificiali non inventano informazioni da zero: si nutrono di autorevolezza e segnali di fiducia. Inserire a forza delle parole chiave in testi asettici non serve più a nulla. Per essere citati dai motori generativi, un brand deve esprimere Topical Authority. Deve, cioè, possedere un’identità digitale così solida e validata da fonti esterne che l’algoritmo non può fare a meno di considerarla la risposta migliore.

In questo contesto, il vero valore non risiede più nella mera esecuzione di un contenuto, ma nella Governance strategica di ciò che accade intorno al brand.

L’architettura della citabilità: PR, Media Relations e il potere del video

Per dominare i motori di ricerca generativi, le aziende non possono più considerare i canali di comunicazione come silos isolati. Le relazioni pubbliche e la produzione multimediale devono fondersi per diventare il motore della Generative Engine Optimization.

Le AI pesano enormemente i “segnali di credibilità“. Essere menzionati su testate verticali autorevoli, gestire comunicati stampa strategici e collaborare con figure di spicco del settore valida la pertinenza aziendale agli “occhi” della macchina. Quando una testata giornalistica inserisce un link a un vostro contenuto, l’effetto combinato sull’algoritmo generativo è dirompente.

Posizionamento multimediale per la GEO

I 4 pilastri strategici per un posizionamento multimediale efficace

È proprio l’unione tra l’Intelligenza Artificiale Generativa e la produzione multimediale a tracciare i nuovi confini della visibilità aziendale. I video offrono alle macchine un terreno ricchissimo di dati strutturati da indicizzare. Per dominare le SERP e i motori di ricerca generativi, le aziende devono adottare un approccio olistico che integri tecnologia e creatività:

  1. Ottimizzazione multimodale del canale YouTube: YouTube è a tutti gli effetti il secondo motore di ricerca al mondo e un alimentatore primario per le risposte multimediali di Google. Ottimizzare i video tramite l’AI (titoli semantici, tag, description e trascrizioni accurate) assicura una presenza stabile nei risultati GEO.
  2. Short-form video e social search: formati rapidi come Shorts, Reels e video su TikTok, se supportati da keyword mirate nel copy e nell’audio (sfruttando il riconoscimento vocale delle piattaforme), intercettano i target B2B che utilizzano i social per la scoperta di nuovi brand e soluzioni aziendali.
  3. AI content repurposing: Utilizzare l’intelligenza artificiale per trasformare un singolo video istituzionale o un webinar in decine di micro-contenuti testuali, blog post ottimizzati e pillole social, massimizzando il ROI della produzione video.
  4. Analisi predittiva della citabilità: monitorare attivamente l’impatto dei propri asset video all’interno delle sintesi generative, misurando quante volte i contenuti multimediali del brand vengono estratti come fonte autorevole.

Scegliere di essere rilevanti

L’impatto di questa rivoluzione è fortissimo soprattutto nel segmento B2B, dove il 53% dei C-Level utilizza già regolarmente l’AI generativa per valutare potenziali fornitori e si stima che entro il 2027 quasi la totalità delle ricerche partirà da un’intelligenza artificiale.

In questo contesto, la differenza non è più tra chi comunica bene e chi comunica male, ma tra chi si limita a reagire e chi decide. Continuare ad affidarsi alle vecchie regole della SEO tradizionale significa accettare l’invisibilità. Abbracciare la Generative Engine Optimization, governando l’Intelligenza Artificiale attraverso relazioni pubbliche solide e contenuti multimediali di altissimo livello, significa garantirsi la leadership di domani.

Perché quando le macchine iniziano a parlare, il vero vantaggio competitivo è decidere esattamente cosa fargli dire.

Cucina Italiana e Marketing Agroalimentare: la rivoluzione da 205 milioni per trasformare la tavola in asset geopolitico

Grafica promozionale che unisce il testo "Cucina Italiana e Marketing Agroalimentare" a elementi tipici del settore agroalimentare, illustrando lo stanziamento UE da 205 milioni di euro.

di Giorgio Giordani

Il celebre payoff “Enjoy, it’s from Europe”, spesso considerato un mero fregio burocratico, rappresenta in realtà il fulcro del Regolamento UE 1144/2014. Questo strumento di diplomazia economica non è una semplice etichetta di qualità, ma il motore di una strategia di marketing agroalimentare integrata che proietta l’eccellenza della Cucina Italiana e delle produzioni europee sui mercati mondiali, elevando il cibo a vero e proprio asset geopolitico e culturale.


Il logo invisibile e la nuova diplomazia del cibo

Il panorama del marketing agroalimentare europeo si appresta a vivere una trasformazione senza precedenti. Dopo anni di relativa stabilità attorno ai 185 milioni di euro e una contrazione prevista per il 2025, la Commissione Europea ha annunciato un balzo finanziario del 55% per il 2026, raggiungendo la cifra record di 205 milioni di euro. 

Grafico investimenti UE marketing agroalimentare e Cucina Italiana 2026

Questa esplosione di risorse non è solo una questione di bilancio, ma una precisa scelta di posizionamento. L’obiettivo strategico è il lancio della nuova campagna globale “Buy European Food“, un fondo di “venture marketing istituzionale” progettato per supportare l’export e lanciare il Sistema Europa oltre i confini comunitari, orientando i flussi commerciali attraverso un’architettura di finanziamento massiccia e metodica. Il 2026 si configura così come l’anno della massima potenza di fuoco mediatica per lanciare il Sistema Europa oltre i confini comunitari.

Il Club del 50% e il dominio italiano dei Consorzi di Tutela

L’accesso a questi imponenti fondi premia esclusivamente i “pesi massimi”. Il Regolamento 1144/2014 impone il criterio della “rappresentatività“: per presentare un progetto, i consorzi devono dimostrare di rappresentare oltre la metà del settore nazionale o regionale di riferimento (in termini di valore e volume). Questo setaccio spietato favorisce i grandi player storici e, con l’eliminazione del cofinanziamento statale per evitare distorsioni della concorrenza, solo chi ha una solida capitalizzazione può permettersi di coprire la quota a proprio carico (dal 15% al 30%). 

In questo scenario, l’Italia domina il mercato, avendo intercettato circa 34,3 milioni di euro con 19 progetti leader nell’ultima tornata. L’arma segreta? I nostri Consorzi di Tutela, che godendo di poteri di vigilanza erga omnes, superano istantaneamente la soglia della rappresentatività. L’Italia non fa semplice pubblicità; mette in campo una vera macchina burocratica e commerciale. Ne sono un esempio le strategie bimodali del Consorzio del Pecorino Romano (per consolidare Italia e Germania e aggredire il Giappone) o i programmi triennali del Parmigiano Reggiano in mercati complessi come UK e l’Australia.

 

Dal “Made in Italy” al “Green Deal”: la nuova narrazione etica

Tuttavia, la narrazione sta subendo una mutazione genetica: l’Europa non finanzia più il “nazionalismo” gastronomico. Per ottenere i fondi, non basta più dire che un prodotto è buono o tradizionale, deve essere etico. In questo contesto, il marketing si sta spostando dalle caratteristiche del sapore ai benefici sociali, con budget spesso “ring-fenced” (vincolati) per i temi della transizione ecologica. Gli story angles obbligatori sono ora dettati dalla strategia Farm to Fork:

  • Sostenibilità ambientale:  riduzione dell’impronta carbonica e metodi a basso impatto.
  • Benessere animale:  standard elevati e certificati lungo tutta la filiera.
  • Regimi biologici:  la promozione del bio come pilastro del futuro planetario.Le agenzie sono oggi forzate a trasformare aridi protocolli tecnici in storytelling emozionali capaci di competere con il marketing diretto dei player americani o del Pacifico.

Parallelamente, cambia anche la mappa delle priorità. L’Asia Orientale e il Sud-Est Asiatico sono il target prioritario con 16,3 milioni di euro. Il motivo è strategico: la classe media asiatica vede nella Cucina Italiana non solo lusso, ma garanzia di sicurezza alimentare e tracciabilità, campi in cui le certificazioni DOC, DOP e IGP non hanno rivali. Al contrario, l’approccio verso il Nord America (9,3 milioni) è prevalentemente difensivo. Qui le campagne fungono da scudo contro il fenomeno dell’Italian Sounding, educando il consumatore a distinguere l’autenticità della vera Cucina Italiana dalle imitazioni locali.

Grafico investimenti UE marketing agroalimentare e Cucina Italiana 2026

L’ingegneria del successo: oltre l’esecuzione, la Governance strategica

Dimenticate la creatività improvvisata. Questi progetti sono strutture rigide divise in 8 “Work Packages” (WP) che mappano analiticamente ogni fase del funnel, dalle PR (WP2) alle fiere B2B (WP6), fino al punto vendita (WP7), dove ogni passaggio è codificato e monitorato secondo standard europei rigorosi. La vera svolta competitiva, però, non risiede nella semplice esecuzione burocratica, ma nella Governance strategica di chi orchestra questi flussi. 

Imbuto di marketing agroalimentare Spencer Lewis per la Cucina Italiana

In questo ecosistema complesso, Spencer & Lewis agisce come una vera e propria “One Agency”, capace di governare l’intero funnel attraverso i propri hub e un network internazionale in oltre 20 Paesi. Emblematico è il progetto da 3,6 milioni di euro vinto per la promozione del Consorzio del Parmigiano Reggiano nel Regno Unito. Come organo esecutore e general contractor, Spencer & Lewis non si limita all’esecuzione dei Work Package, ma agisce come partner strategico che orchestra questa vasta rete di competenze per massimizzare i risultati di business, sfidandosi direttamente sugli obiettivi e portando un valore aggiunto che va oltre il singolo task operativo, trasformando ogni iniziativa in un volano di crescita pluriennale per i brand nel complesso panorama internazionale post-Brexit.

L’efficacia di questi imponenti investimenti non è semplicemente presunta o dichiarata, ma rigorosamente certificata attraverso protocolli di valutazione scientifica. L’impianto regolatorio UE esige infatti che un valutatore indipendente e terzo, come il prestigioso istituto Nomisma, analizzi metodicamente l’impatto macroeconomico reale e lo spostamento effettivo della percezione del brand nei mercati target. Questo processo garantisce che i 205 milioni di euro immessi annualmente nel sistema non siano solo una spesa, ma producano un ritorno tracciabile, quantificabile e sostenibile per l’intero ecosistema agroalimentare europeo.

 

Perché il cibo è diventato un atto geopolitico

L’eccellenza della Cucina Italiana non sopravvive sui mercati globali solo grazie al gusto. Dietro ogni fetta di prosciutto o forma di formaggio consumata a Tokyo, c’è un’architettura finanziaria massiccia e una pianificazione che non lascia nulla al caso. L’Europa ha deciso che il cibo è un atto politico e un potente strumento di influenza globale, una corazza reputazionale per difendere il valore delle nostre filiere. La prossima volta che sceglierai un prodotto certificato DOC, DOP o IGP, ti chiederai se lo stai facendo per il sapore autentico della Cucina Italiana o perché un sofisticato algoritmo di marketing europeo ha deciso che era giunto il momento di conquistarti?

La tua comunicazione strategica dipende da ciò che decidi, non da cosa scrivi

Modello di governance e comunicazione strategica aziendale

di Massimo Romano

Oggi parlare di comunicazione strategica significa confrontarsi con uno scenario in cui non vince chi produce di più, ma chi decide meglio.
Quando il tuo competitor diventa il tuo miglior ufficio stampa, probabilmente non hai fatto solo una buona campagna. Hai preso, o subìto, una decisione strategica.

La recente vicenda tra Iliad e Fastweb è un esempio perfetto di come oggi la comunicazione non si giochi più solo sul piano dell’esecuzione, ma su quello delle scelte strategiche.

Iliad usa Megan Gale, un volto che appartiene all’immaginario collettivo della telefonia italiana. Un’operazione semplice, riconoscibile, quasi automatica da decodificare.
Da sola, sarebbe rimasta dentro il perimetro pubblicitario.

È la reazione di Fastweb a cambiare completamente la traiettoria della campagna.

Nel tentativo di limitarne la diffusione attraverso una diffida, la trasforma in una notizia. La porta fuori dagli spazi media pianificati e la inserisce nella conversazione pubblica. Attiva un meccanismo molto vicino al cosiddetto effetto Streisand, per cui il tentativo di bloccare un contenuto ne amplifica inevitabilmente la visibilità.

A quel punto la campagna cambia completamente natura.
Non è più “lo spot con Megan Gale”. Diventa “lo spot che qualcuno vuole fermare”.

Ed è qui che si attiva una dinamica sempre più tipica della comunicazione contemporanea: nel tentativo di limitare un contenuto, si finisce per amplificarlo.

Chi non aveva visto la campagna inizia a cercarla. Chi probabilmente non ne avrebbe parlato comincia a discuterne. La pubblicità esce dagli spazi pianificati ed entra nella conversazione pubblica.

Che sia stata una scelta pienamente consapevole o una reazione istintiva cambia poco. Il punto è che, da quel momento, la traiettoria della campagna non viene più definita dalla creatività, ma dalle decisioni prese attorno ad essa.

Il vero punto cieco della comunicazione

Questo episodio mette in evidenza un problema strutturale della comunicazione contemporanea.

Le aziende sono sempre più attrezzate per produrre contenuti. Hanno strumenti, team, processi, piattaforme. Ma molto più raramente sono strutturate per governare le decisioni che quei contenuti generano.

In un contesto accelerato, dove tutto può diventare visibile in pochi minuti, la pressione a reagire è continua. Ogni stimolo sembra richiedere una risposta. Ogni attacco, una presa di posizione. E spesso questa reattività viene scambiata per forza.

Ma reagire non è sempre una strategia. A volte è proprio la reazione a generare il problema.

Il paradosso del rumore

È lo stesso paradosso che abbiamo già osservato quando abbiamo parlato di AI Slop: in un ecosistema in cui produrre contenuti è sempre più semplice, il rischio non è comunicare poco. È comunicare senza una direzione.

Molte aziende, sotto pressione, riempiono spazi. Pubblicano, rispondono, presidiano.
Ma quando la comunicazione nasce per occupare un tempo o un canale, e non da una scelta strategica, il risultato è inevitabile: rumore.

Dal Forum Comunicazione 2026 alla realtà operativa

Al Forum Comunicazione 2026 questo tema è emerso con grande chiarezza.

Il marketing non è più solo esecuzione, ma scelta. E la scelta non riguarda soltanto cosa dire, ma anche, e soprattutto, cosa non dire.

In un contesto in cui i dati sono sempre più numerosi e accessibili, emerge un altro paradosso: abbiamo più informazioni che mai, ma spesso meno capacità di prendere decisioni.

La difficoltà non sta nel raccogliere dati, ma nel tradurli in una direzione chiara.
Nel semplificare ciò che è complesso.
Nel rendere comprensibili e rilevanti scelte che, per loro natura, non sono semplici.

Dall’esecuzione alla governance

È qui che si gioca il passaggio più importante.

La comunicazione strategica non fallisce perché è fatta male. Fallisce quando è guidata da decisioni impulsive, frammentate o non governate.

Per questo il tema oggi non è più soltanto esecutivo. È di governance.

Capire quando intervenire.
Capire quando lasciare spegnere.
Capire quando una reazione difende davvero un brand e quando, invece, finisce per amplificare il problema.

In Spencer & Lewis lavoriamo proprio su questo livello della comunicazione: aiutare le aziende a leggere il contesto prima di reagire, governando le decisioni e non soltanto i contenuti.

Perché oggi il controllo non appartiene a chi parla di più.
Appartiene a chi riesce a non farsi trascinare nel gioco narrativo degli altri.

Modello di governance e comunicazione strategica aziendale
Oltre l’esecuzione: perché la comunicazione strategica richiede una governance chiara prima della produzione di contenuti.

La scelta come vantaggio competitivo

Nel marketing contemporaneo, la differenza non è tra chi comunica bene e chi comunica male. È tra chi reagisce e chi decide.

Nel caso Iliad–Fastweb, una decisione ha amplificato il messaggio. L’altra ha saputo cavalcare quell’amplificazione.

Ed è proprio lì che si vede il vero livello della comunicazione strategica di oggi: non nella qualità dell’esecuzione, ma nella capacità di governare ciò che accade intorno ad essa.

Perché quando tutto può essere detto, il vero vantaggio competitivo è sapere cosa non dire.

Nelle relazioni pubbliche l’alta quota si raggiunge a terra (e davanti ad un caffè)

Strategie di Relazioni Pubbliche aviation per compagnie aeree

di Daniele Pernella

L’industria delle compagnie aeree è, per definizione, il regno della velocità. È un settore iper-dinamico, governato da algoritmi, ottimizzazione delle rotte e guerre di tariffe. Ma in un mercato in cui tratte e prezzi tendono rapidamente ad assomigliarsi, il vero vantaggio competitivo nelle relazioni pubbliche si sposta sempre più su un terreno immateriale: la fiducia.

È qui che entra in gioco la comunicazione e le relazioni pubbliche. Perché una compagnia aerea oggi non vende soltanto voli, vende affidabilità, reputazione e capacità di rassicurare pubblici, territori e stakeholder.

In un mercato dominato dall’urgenza, la vera sfida non è essere i più veloci, ma i più attenti. In Spencer & Lewis sappiamo che per elevare una semplice operazione commerciale a notizia mainstream serve l’audacia di governare l’attualità. Non si tratta di gridare più forte degli altri, ma di sapersi fermare per tradurre un dato tecnico in una narrazione di reale spessore per la comunità.

Strategie di Relazioni Pubbliche aviation per compagnie aeree

Essere attuali nelle relazioni pubbliche delle compagnie aeree significa trasformare i dati tecnici in storie di valore per il territorio

Spesso si pensa che intercettare l’attenzione dei media sia questione di tempismo improvvisato. La realtà è molto diversa perché la vera forza risiede nella capacità strategica di cavalcare l’attualità per ancorare il brand a temi di rilevanza sociale ed economica.

Pensiamo al settore dell’aviation, come per esempio con l’apertura di una nuova rotta da Fiumicino verso un Paese dell’Est: l’approccio PR tradizionale si limiterebbe a comunicare orari e tariffe, producendo una notizia puramente promozionale. 

L’approccio strategico, invece, lavora sulla reputazione. Quella stessa rotta viene raccontata per il suo impatto reale, raccontando l’aumento dei posti di lavoro locali, il rafforzamento del legame con l’hub aeroportuale, il servizio offerto a specifiche comunità.

In Spencer & Lewis lavoriamo in questa ottica, ovvero trasformare un dato operativo in una notizia capace di generare valore reputazionale e rilevanza pubblica.

Da semplice vettore a trendsetter: il peso strategico della notizia

Perché una notizia esca dai confini della stampa di settore e diventi mainstream, deve rappresentare un unicum. Il compito del consulente nelle relazioni pubbliche sta nel comprendere il peso specifico di questa notiziabilità per intercettare i media più strategici. Inviare la stessa cartella stampa a centinaia di contatti è una pratica standard quanto obsoleta, che genera solo cestinamenti.

Un’innovazione tecnologica a bordo non va proposta ovunque, ma destinata a testate verticali autorevoli; l’introduzione di policy pet-friendly sui voli, invece, trova la sua cassa di risonanza perfetta nei magazine lifestyle. Comprendere l’angolazione giusta per il media giusto è ciò che trasforma una notizia in un asset strategico. Non si tratta di ottenere più uscite, ma di presidiare i contesti che incidono davvero sulla percezione del brand.

Strategie di Relazioni Pubbliche aviation per compagnie aeree

Il bisogno di “rompere la barriera dello schermo” nelle relazioni pubbliche 

Per generare questo livello di rilevanza, l’approccio pitch via mail e telefonata a volte può non essere sufficiente. I giornalisti sono sommersi da comunicazioni standardizzate ed è qui che diventa vitale rompere la barriera dello schermo attraverso format come i Media Breakfast ad esempio.

Non si tratta di semplici incontri conviviali, ma di uno spazio ibrido, sospeso tra il contesto formale e quello informale, dove avvicinare fisicamente il brand ai media. La relazione umana segue un processo di costruzione intenzionale. Inizia con un invito mirato e la condivisione preventiva degli argomenti, si consolida stringendosi la mano e guardandosi negli occhi, e culmina con l’uscita di un contenuto di alta qualità e profondità.

Abbiamo potuto testimoniare ad un esempio perfetto di questa alchimia recentemente: durante un media breakfast una giornalista ha avuto modo di confrontarsi a lungo con il manager internazionale della compagnia aerea. Nonostante provenissero da background e nazioni diverse, l’incontro fisico ha permesso loro di “trovarsi“. Da quella che doveva essere una chiacchierata informale è nato uno straordinario effetto a cascata, con un’intervista approfondita, che ha generato a sua volta l’invito del manager come speaker a un esclusivo evento di settore. 

La reputazione è un volo di lungo raggio

Costruire la reputazione di un brand – nel settore dell’aviazione come in altri — significa capire che l’invito e l’intervista sono solo l’inizio. Il valore reale si consolida nel momento del confronto umano e si concretizza nella qualità del contenuto che ne deriva. Il nostro ruolo nelle relazioni pubbliche non è solo individuare i media strategici, ma governare il processo affinché ogni messaggio diventi un pilastro della credibilità aziendale. Esattamente come un aereo necessita di una torre di controllo per volare in sicurezza, un brand ha bisogno di relazioni pubbliche governate con visione, metodo e sensibilità umana.

Perché nei mercati complessi non vince chi comunica di più, ma chi sa orientare meglio la propria reputazione.

La crisi non è un’emergenza, ma il vero test per la tua azienda

di Matteo Tivegna

Dall’emergenza alla pre-occupazione strategica: come il lavoro invisibile, la sintonizzazione del team e la lucidità trasformano il Crisis Management da kit di pronto soccorso a vera prova di leadership.

Nel linguaggio della comunicazione aziendale la parola crisi è quasi sempre associata a un’immagine precisa: un incendio da spegnere per limitare i danni. Questo approccio reattivo è però profondamente fuorviante, perché le crisi non nascono all’improvviso, ma emergono quando una tensione latente incontra un contesto impreparato a gestirla.

In quel momento, non è la velocità estemporanea a fare la differenza, ma la qualità della preparazione.

Il momento della verità: il Crisis Management come prova di autenticità

C’è una convinzione molto diffusa nei board aziendali: la crisi è un fallimento da nascondere, una deviazione dalla narrazione positiva del brand. Eppure, quando l’attenzione mediatica si concentra su un’azienda, la comunicazione smette di essere una costruzione narrativa e diventa una prova di autenticità. I margini di ambiguità si riducono a zero ed è il momento di massima sintonizzazione tra ciò che un brand dice di essere e ciò che dimostra di essere davvero. In questo senso, una crisi gestita con consapevolezza non è un’opportunità opportunistica, ma il mezzo che rende evidente la solidità di ciò che è stato costruito prima.

In Italia il crisis management viene spesso affrontato come una funzione emergenziale, cercando di adattare strumenti generici a contesti specifici solo a danno avvenuto. In Spencer & Lewis crediamo che la rapidità della prima risposta pubblica — spesso richiesta entro un’ora per evitare che il silenzio venga letto come mancanza di controllo — sia solo la superficie. Ciò che rende davvero efficace una risposta è il lavoro invisibile che la precede. L’elemento più decisivo è la sincronizzazione delle persone. Un team deve costruire una profonda “sintonizzazione” preventiva sui valori e sul contesto decisionale del cliente prima dell’emergenza. Definire un crisis committee chiaro significa sapere in anticipo chi decide, chi valida, chi comunica, evitando che ogni passaggio diventi una logorante negoziazione.

Esempio di Crisis Management Strategico e leadership aziendale War Room

Il valore della calma nei momenti di crisi

Chi non ha mai vissuto una crisi immagina la gestione come una sequenza frenetica di decisioni, ma la qualità più preziosa in quei momenti è una sola: la calma. Il management e il team interno vivono la situazione con un altissimo livello di coinvolgimento emotivo e stress. In questo contesto, il ruolo del consulente esterno diventa fondamentale proprio perché offre una prospettiva diversa, aiutando i vertici a ritrovare lucidità. In scenari complessi come quelli gestiti con Costa Crociere, dove l’attenzione diventa globale in pochissime ore, la differenza non sta nella frenesia delle azioni, ma nel mantenere una linea chiara: cosa dire, cosa non dire, e soprattutto perché. A volte il supporto più grande è ricordare al cliente di respirare, rallentare, osservare il quadro completo prima di reagire.

Le aziende devono smettere di limitarsi alla difesa reattiva e iniziare a sviluppare una vera e propria pre-occupazione strategica, anticipando i temi sensibili e monitorando i segnali deboli per costruire narrative basate sui fatti. Un errore comune è, infatti, considerare la crisi come un evento isolato, quando in realtà molti temi critici o sociali tendono a ripresentarsi nel tempo, rivelandosi profondamente ciclici. Quando un’azienda sviluppa una vera governance, smette di limitarsi alla difesa reattiva e passa a una pre-occupazione strategica. Questo significa anticipare i temi sensibili, monitorare i segnali deboli e costruire in anticipo una narrativa basata su dati e fatti, trasformando le vulnerabilità in occasioni di chiarimento.

Esempio di Crisis Management Strategico e leadership aziendale

Dall’AI alla leadership: una responsabilità umana

Nei prossimi anni, l’Intelligenza Artificiale giocherà un ruolo essenziale nella fase di detection precoce e nella simulazione degli scenari di rischio. Tuttavia, il rischio è pensare che la tecnologia possa sostituire il giudizio umano. Le macchine riconoscono pattern, ma non possiedono empatia né contesto culturale. La responsabilità di valutare le implicazioni reputazionali resterà inevitabilmente umana. Alla fine, il crisis management non è una disciplina tecnica, ma una forma di leadership. Quando arriva l’imprevisto, alle aziende non serve qualcuno che “faccia di più”, ma un partner che le aiuti a decidere meglio.